Le magiche mummie di Ferentillo. Di Rosa Francesca Di Meo

C’è un paese in Umbria dove i morti, a quanto pare, non ebbero bisogno di nessuno per diventare mummie.

Ed è questo che rende Ferentillo così difficile da dimenticare. Non una piramide. Non un rito esotico. Non un imbalsamatore chino su un corpo con strumenti misteriosi. Solo una cripta sotto la chiesa di Santo Stefano, e il tempo che lavora da solo. Le fonti ufficiali dell’Umbria raccontano che quelle mummie furono ritrovate dopo l’editto napoleonico del 1806, quando si scavò sotto la cripta per riesumare i corpi sepolti lì da secoli. Ne emersero uomini, donne, bambini, straordinariamente conservati.

La parte che colpisce davvero, però, è un’altra. Non il gusto del macabro, che sarebbe una reazione troppo facile. Ma l’idea che in quel luogo la morte non abbia cancellato subito i volti, la pelle, i capelli, le mani. Sempre le fonti ufficiali spiegano che la mummificazione avvenne spontaneamente, favorita dal terreno della sepoltura, da particolari microrganismi e dall’ambiente fresco e asciutto della cripta. In altre parole, non ci fu miracolo né artificio. Ci fu la natura, che qualche volta sa essere più inquietante di qualsiasi leggenda.

Forse è per questo che Ferentillo lascia un’impressione così strana. Perché non sembra dirti “guarda la morte”. Sembra dirti qualcosa di più sottile e più feroce: guarda quanto a lungo il corpo può restare qui, quasi ostinato, quasi riluttante a sparire. E a quel punto il brivido non nasce dall’orrore. Nasce dalla vicinanza. Da quel pensiero antichissimo che la scritta all’ingresso del museo mette in faccia a chi entra senza troppe cortesie. Oggi a me, domani a te.

Non è solo una cripta.
È il luogo dove il tempo ha conservato i morti come un argomento.
Ed è per questo che Ferentillo continua a farti abbassare la voce.

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