La leggenda della tomba di Giacomo Leopardi. Di Rosa Francesca Di Meo

LA TRASLAZIONE DELLE SPOGLIE DI GIACOMO LEOPARDI

Nel 1939, in pieno regime fascista, le presunte spoglie di Giacomo Leopardi furono trasferite dal vestibolo della chiesa di San Vitale Martire a Fuorigrotta al Parco Vergiliano di Piedigrotta, a Napoli, dove ancora oggi si trova il monumento funerario dedicato al poeta.

L’operazione venne fortemente sostenuta dal regime di Mussolini, che cercava di appropriarsi simbolicamente delle grandi figure della cultura italiana per inserirle nella propria narrazione nazionale: Leopardi, pur lontanissimo dall’ideologia fascista, venne trasformato in un “vate della patria”, un grande italiano da monumentalizzare e celebrare pubblicamente.

La traslazione avvenne nel clima delle grandi celebrazioni culturali degli anni Trenta, quando il fascismo investiva molto nella costruzione di miti nazionali e nella sacralizzazione dei luoghi della memoria italiana. Il nuovo sepolcro nel Parco Vergiliano — accanto al culto simbolico di Virgilio — serviva proprio a inscrivere Leopardi in una continuità ideale della “grandezza italiana” che il regime voleva rivendicare.

Ma già allora emersero dubbi sull’autenticità delle ossa trasferite. Leopardi era morto a Napoli nel 1837 durante l’epidemia di colera e, per ragioni sanitarie, la gestione della sepoltura fu frettolosa e poco documentata. Quando nel 1939 si procedette alla ricognizione dei resti, gli studiosi notarono incongruenze: le ossa ritrovate non sembravano compatibili con la corporatura fortemente deformata del poeta, segnata da gravi patologie ossee e dalla cifosi descritta da tutti i contemporanei. Mancavano inoltre elementi anatomici che avrebbero dovuto essere evidenti nel suo scheletro.

Per questo motivo, ancora oggi, molti storici ritengono possibile che le spoglie custodite nel monumento non appartengano realmente a Leopardi. Non esiste però una prova definitiva: la tomba resta dunque un luogo profondamente simbolico, più che una certezza archeologica. Ed è forse proprio questo il paradosso più affascinante della vicenda: il fascismo cercò di trasformare Leopardi in un monumento nazionale perfetto, ma finì per consegnare alla storia anche il dubbio che quel monumento potesse essere vuoto — o appartenere a qualcun altro.

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