Il macabro e l'orrido che diventa fantasma della libertà nei film di Luis Bûnuel. Di Rosa Francesca Di Meo

Il fantasma della libertà – Le Fantôme de la liberté, 1974  
Regia: Luis Buñuel

Di cosa parla, senza spoiler

Buñuel prende la struttura narrativa e la fa esplodere. Il film non ha una trama centrale: è una catena di episodi legati da personaggi che si passano il testimone come in una staffetta surreale. Si parte da una fucilazione napoleonica e si arriva a uno zoo, passando per cene borghesi dove si defeca a tavola e si mangia in bagno, poliziotti che cercano una bambina scomparsa mentre lei è lì davanti a tutti, monaci che giocano a poker, e un killer che viene assolto tra gli applausi.

Il filo rosso è il titolo: la libertà è un fantasma. Crediamo di essere liberi, ma siamo intrappolati in rituali, convenzioni, autorità, repressioni. E Buñuel ci ride sopra con ferocia elegante.

Perché è ancora un pugno nello stomaco dopo 50 anni

1. L’attacco alla borghesia è lucidissimo  
Buñuel, a 74 anni, non ha perso nulla della rabbia de L’âge d’or. Qui però è più sottile. Inverte i tabù: lo scandalo non è il sesso, ma la fame. La scena della cena è perfetta – formalità assoluta per l’atto di defecare insieme, imbarazzo totale per quello di mangiare da soli. Ti fa ridere e subito dopo ti fa sentire complice dell’assurdità.

2. Struttura “a domino” geniale  
Non ci sono protagonisti. Segui un personaggio, poi la camera devia su uno che gli passa accanto, e il film lo segue. Sembra casuale ma è architettura purissima. È il caso che governa le nostre vite, dice Buñuel. E funziona: dopo 10 minuti smetti di cercare “la storia” e ti abbandoni al flusso. È liberatorio.

3. Surrealismo che morde la realtà  
Niente sogni vaporosi. Il surreale qui è innestato nel quotidiano di Parigi anni ’70. Un prefetto che riceve una telefonata della sorella morta, un cecchino che spara sulla folla e poi firma autografi in tribunale. L’assurdo non è l’eccezione: è la regola che ci ostiniamo a non vedere.

4. Attualissimo sul potere  
La polizia, la Chiesa, l’esercito, la famiglia – tutte le istituzioni vengono smontate con un’ironia che oggi fa quasi paura. La scena finale allo zoo, con le grida “Abbasso la libertà!” e gli animali che fissano l’obiettivo, è un testamento politico. Nel 1974 parlava di Franco. Nel 2026 parla ancora a noi.

Cosa può spiazzare

Non aspettarti una narrazione classica. Se cerchi personaggi con cui empatizzare o un arco drammatico, non lo troverai. È un film che ti chiede di accettare il gioco. Alcuni episodi sono più deboli di altri – quello dei monaci e del casinò gira un po’ a vuoto – ma anche i momenti meno riusciti servono al senso di deriva generale.

La fotografia di Edmond Richard è volutamente piatta, televisiva. Niente estetismi: Buñuel vuole che guardi cosa succede, non come è girato.

Per chi è

Se ami 8½, Mulholland Drive, o i corti di Roy Andersson, qui sei a casa. Se vuoi un film che ti prenda per mano, gira al largo. È cinema che ti provoca, non ti consola.

Un capolavoro di anarchia lucida. Buñuel usa il surrealismo non per fuggire dal mondo, ma per smascherarlo. Esci dalla sala più libero e più a disagio di prima. Ed è esattamente quello che voleva.

Da vedere se: vuoi capire perché Buñuel è ancora il più sovversivo di tutti.  
Da evitare se: cerchi una storia lineare da seguire il venerdì sera con la pizza.

Commenti

Post popolari in questo blog

Le magiche mummie di Ferentillo. Di Rosa Francesca Di Meo

Le mitiche leggende sui Medium e la Tavola Ouija. Di Rosa Francesca Di Meo

Il Museo delle Torture di Napoli : un viaggio nell'oscurità e nel dolore , ma soprattutto un viaggio che vuole capire quale fu il vero ruolo del tribunale dell'Inquisizione nella storia italiana. Di Rosa Francesca Di Meo